Alla scoperta del divino nettare: Idromele

 photo 20140928_185214_zpsrxhblhta.jpg

Infine, Gandalf spinse via piatto e boccale – aveva mangiato due enormi filoni di pane (con una montagna di burro, miele e fiocchi di crema di latte) e bevuto almeno un litro di idromele – e tirò fuori la pipa. […] Ma che bellezza! Questo si che è un posto splendido per fare anelli di fumo”. E così per un bel po’ non riuscirono a cavargli fuori nient’altro, occupato com’era a lanciare in aria anelli di fumo che andavano ad attorcigliarsi intorno ai pilastri della sala, trasformandosi in una varietà di forme e colori, e facendoli poi fluttuare in maniera che si rincorressero a vicenda fuori dal buco sul tetto.

[ Lo Hobbit ]

Che sia Gandalf a berlo, gli Alti Elfi o personaggi di semplici racconti  fantastici ambientati in Egitto o tra i Celti o Vichinghi, questo nettare degli Dei mi ha sempre incuriosito. Caso vuole che, durante una fiacca serata di lavoro mi fossi messa per caso a sbirciare tra i libricini di liquori home made di mio padre, e che ti ci trovo?! Ecco che, scritto a caratteri cubitali,vedo la ricetta dell’idromele, con tanto di storiellina correlata accanto. E siccome era tanto che volevo farlo ed il libricino era veramente troppo bellino che mi saprebbe dispiaciuto chiuderlo e rimetterlo nel cassetto, ho preso baracca (senza burattini perché mi spaventano), spezie, limoni, alcol e barattolini, e via di idromele!

Ingredienti:

400 g di miele

2 g di stecca di cannella

2 chiodi di garofano

1 limone

3,5 dl di alcol 80°

1 l di acqua

Mescolare insieme l’alcol, la scorza del limone privata della parte bianca, la cannella e i chiodi di garofano. Mettere tutto in un barattolo chiuso e lasciar macerare per una decina di giorni. Trascorso il tempo filtrare il liquido e mettere da parte. Far bollire il miele con l’acqua in un pentolino finché il volume del composto non è dimezzato, lasciar raffreddare e unire all’alcol aromatico. Imbottigliare, possibilmente in delle belle bottigline, chiudere con cera lacca e strappare dopo due mesetti (io la sera stessa ma non faccio testo :b).

Bene vi lascio con questa ricettina e vado a preparare la valigia per l’Irlanda, domani gli hobbit partono per Dublino, ci vediamo fine settimana prossimo! ;)

Annunci

I cambiamenti e il pane fatto in casa

 photo 20131231_105220si_zpsffwg99dl.jpg

Ricordo perfettamente la prima volta che i miei vennero a trovarmi qui in città. Eravamo tutti in fibrillazione: un nuovo appartamento, un nuovo posto dove vivere così lontano da casa, tutto era permeato da questa fantastica luce tipica delle “novità” (scomparsa poi in meno di una settimana!). Arrivarono per l’ora di pranzo e decidemmo, io e mia madre, subito di inaugurare insieme la nuova cucina, mentre il caro babbo sarebbe andato al panificio a prendere un po’ di pane e focaccia; ah poveri stolti! Da hobbit toscani che siamo, diamo al pane un ruolo fondamentale, che sia per farci la zuppa, la panzanella, la bruschetta, le polpette o solo per fare scarpetta, il pane è necessario e dev’essere anche bono! Ignara dei cambiamenti culinari tipici della regione dove mi trovavo (e trovo!) mi aspettavo di vederlo tornare con un bel pane brutto e un po’ di focaccia, ma, orrore orrore, il sacchetto, piccolo piccolo, conteneva una sottospecie di pane finto-integrale (e salato) e un cuscino gommoso e olioso travestito da focaccia. Capì subito che, a meno di non volermi indebitare  fino alle orecchie per farmi spedire chili di  brutto e focaccia, avrei dovuto trovare una soluzione e in breve tempo. Sfortunatamente all’inizio le cose non andarono come previste, e quando (tra lacrime e singhiozzi) finiva  il quintale di brutto portato su dall’ultima visitina a casa, io e lo hobbit, finivamo per accontentarci di quel che c’era, il che molto spesso significava pane in cassetta (ohiohi!). Non ho la più pallida idea del perché in questi anni non mi sia mai uscito fuori il pallino di fare il pane, forse la mia testa accantonava già di base l’idea, vedendolo come un mistico essere facente parte dei “lievitati”, chissà. Sta di fatto che soltanto questa estate ho preso consapevolezza di cosa volesse dire mangiare un pane sano, buono e soprattutto autoprodotto. Per prima cosa devo assolutamente ringraziare C., una dolcissima ragazza senza la quale non avrei mai iniziato ad avvicinarmi al mondo della pasta madre e dell’autoproduzione panifera e non avrei mai scoperto l’Azienda Floriddia, ormai il mio unico riferimento per la farina (e non solo, c’ha certi biscottini che.. mhh!). Ho iniziato quasi per gioco, per provare qualcosa di nuovo e sperimentare una farina sconosciuta, ma, dopo la prima panificazione, senza accorgermene, trasportata dal profumo del pane appena sfornato, incantata dalla bellezza dell’impastare a mano un qualcosa di vivo, il meccanismo era ormai scattato e sono stata totalmente stregata dalla magia della panificazione. Da allora fare il pane è diventato un rito settimanale e non manca giorno che non ce ne sia qualche bella fetta in tavola, un pane buono, che sa di grano e crusca, color nocciola e che profuma di grani antichi. La “ricetta”, se così si può chiamare, è una base datami al corso di panificazione (fatto alla stessa Azienda Floriddia) per fare un pane di un chilo circa, ma la proporzione resta sempre di 1 di pasta madre, 2 di acqua e 3 di farina. Per quanto riguarda la pasta madre io uso quella liquida (“conquistata” al corso di panificazione e dolcemente accudita) e tendo a conservarne solo un pochino per volta, senza avere i tipici vasetti strabordanti che intasano il frigo. Basta tenerne un cucchiaino in un piccolo vasettino di vetro ed il gioco è fatto :) Do per scontato che abbiate già la pasta madre, ma se invece non ce l’avete vi consiglio dei link molto validi (qui e qui, questo invece sulla pasta madre liquida) che spiegano il giusto procedimento da seguire (non testati personalmente perché, da cara ignorantona e furbona che sono, ce l’avevo già e non l’ho autoprodotta).

La sera prima:

Prima di tutto bisogna creare il poolish, il preimasto, miscelando acqua farina e lievito. Si prende il nostro vasettino di pasta madre dal frigo e trasferiamo il contenuto in un barattolo di vetro più grande (tipo frigoverre)  Aggiungiamo poi farina e acqua fino ad arrivare a 150 g. La consistenza finale deve essere simile allo yogurt, né liquida né solida. Consiglio di fare tutta l’operazione sopra la bilancia aggiungendo i due ingredienti poco per volta.  Quando il nostro poolish è pronto tappiamo il vasetto e mettiamo il barattolo a fermentare per circa 12 ore. D’estate è consigliabile metterlo a riposare in frigo, ma in queste stagioni più freschine non è necessario.

Finalmente si fa il pane:

Trascorse le 12 ore (minimo) riprendiamo il nostro poolish, che ora avrà tante belle bollicine in superficie, e lo trasferiamo in una ciotola grande. Aggiungiamo 450 g di farina (io 400 g farina di tipo 1 e 50 g di cruschello) e di seguito 300 ml di acqua (della bottiglia se non avete il depuratore o quelle cose lì per l’acqua del rubinetto). Ora impastiamo tutto (con le mani, mi raccomando! La sensazione dei granelli di crusca sulle dita è impagabile!!) e aggiungiamo ancora acqua se serve. In questo passaggio è necessario regolarsi a seconda della farina che si usa e della quantità di acqua che questa assorbe. Ad esempio la farina floriddia di tipo 1  assorbe molta acqua (quasi quanto la integrale) e solitamente ne metto circa 400 ml. L’importante è aggiungere l’acqua pian piano, finché non si raggiunge la consistenza di una pappa semi-liquida e collosa (simile a un porridge), assicurandosi che tutta la farina sia completamente bagnata (non c’è comunque da preoccuparsi se, per paura di affogare tutto e di ritrovarsi con un blob ingestibile, lasciamo l’impasto un pochino più denso, verrà solo fuori un pane più piccolino). Ora lasciamo riposare l’impasto per 10-15 minuti, in modo che il glutine si rilassi bene nella sua acquetta. 

Nel frattempo, per ricreare la nostra madre, prendiamo il barattolo (ancora sporco) dove avevamo lasciato lievitare il poolish per 12 ore e aggiungiamo un pizzico di farina e un goccino d’acqua per raccogliere tutte le tracce di poolish rimaste. Facciamo una “pallina” e la mettiamo nel nostro piccolo barattolino di vetro, da conservare in frigo per una settimana circa.

Trascorsi i 15 minuti riprendiamo la ciotola e aggiungiamo tutto intorno un bel po’ di farina asciutta. Ora, con la mano “a paletta”, scalziamo bene l’impasto cercando di far scivolare tutta la farina al di sotto del nostro composto che pian piano inizierà a rassodarsi o almeno a non appiccicare più. Una volta che l’impasto, ormai abbastanza rassodato, si distacca dalla ciotola, iniziare a piegarlo su se stesso (sempre nella ciotola) per incorporare aria con con movimenti non invasivi, se no si sdegna! Quando la consistenza ci soddisfa (abbastanza soda e non appiccicosa) copriamo la ciotola con un canovaccio umido e lasciamo lievitare per 3 ore (d’estate anche 2-2 e mezzo) in un luogo senza spifferi, la migliore sarebbe metterlo in forno (spento ovviamente). 

Passate anche le 3 ore andiamo a riprendere la nostra ciotola, con l’aiuto di un po’ di farina asciutta stacchiamo l’impasto e lo trasferiamo su un piano da lavoro ben infarinato.  L’impasto all’inizio sarà un abbastanza morbido e un po’ appiccicoso, quindi è bene tenere sempre la farina sotto mano (se si ha anche la spatola per aiutarsi con le pieghe tanto meglio). A questo punto procedere con altre piegature per abbassare la lievitazione: schiacciamo delicatamente l’impasto con le mani e cerchiamo di ottenere una forma quadrata o rettangolare. Prendiamo un lembo destro dell’impasto e lo pieghiamo verso il centro, facciamo lo stesso con il sinistro, con il superiore e infine con il lembo inferiore, uno sopra l’altro. Per intendersi in questo modo:

pieghe paneProcediamo con 2-3 serie di piegature, fino a che l’impasto non raggiunge una consistenza soddisfacente, non più appiccicosa ed elastica. Facciamo allora una palla e la lasciamo riposare per un’altra oretta sopra un piano ben infarinato coperta da un canovaccio.

Nel frattempo accendiamo il forno alla massima temperatura (il mio raggiunge i 250°) e quando è caldo mettiamo un pentolino con 2-3 dita d’acqua in fondo alla base del forno. In questo modo si crea un bell’ambientino umido che permetterà al pane di lievitare bene bene. Trascorsa l’ultima lievitazione mettere il pane in una teglia (o in una forma; di solito io uso una pirofila pirex di vetro), facciamo le tipiche incisioni, in verticale o in orizzontale, e, quando il forno è arrivato a temperatura, schiaffiamo dentro la teglia con il pane. Dopo circa 15-20 minuti abbassiamo la temperatura di 20°-30° e continuiamo la cottura per altri 30-40 minuti (dipende dal tipo di forno). Gli ultimi 10 minuti giriamo il pane a testa in giù in modo da farlo dorare in superficie. Il pane è pronto quando suona a vuoto. Lo lasciamo infine raffreddare sulla gratella del forno, pregustando già un po’ di pane e marmellata per merenda :b

 photo 20131231_105104_zpsdjujd7un.jpg

Chiedo venia per la lunghezza terribile del post e buona panificazione :)

Missione granola e il rito della colazione

 photo ok_zps8tuva85c.jpg

La colazione è senza dubbio uno dei momenti che preferisco. Amo iniziare la giornata con un buon boost energetico, dove frutta fresca e yogurt non devono mai mancare, accompagnati da mezzo litro di fumante tè verde. Solitamente preparo tutto la mattina con calma; un porridge caldo e cremoso, o del pane tostato con marmellata, oppure mi fiondo sulla scatola dei bastoncini di crusca. Dopodiché, mi siedo comodamente sul divanetto vicino al tavolino e osservo la tranquillità delle prime ore del mattino (oddio, magari non primissime) mentre gusto una deliziosa super colazione. Come sempre preferisco puntare su l’homemade, ma spesso la voglia di qualcosa di sgranocchioso si fa sentire e subito penso alle scatole colorate e invitanti dei muesli in commercio. Un attimo dopo però ne ricordo il sapore e così la voglia passa immediatamente, sempre troppo dolci, stucchevoli, pieni di conservanti, dolcificanti e oli vegetali molto sospetti. Quindi?! La risposta è ovvia: via ai fornelli con la missione granola!

Dopo ricerche e tentativi innumerevoli ho trovato il giusto mix che fa per me. E’ la solita base neutra di cereali (fiocchi di soia, riso, farro, avena..), con frutta secca (mandorle, nocciole, noci..), frutta disidratata (mela, banana, albicocca, cocco..), semi vari (zucca, lino, sesamo..) e miele o malto come dolcificante. L’importante è che la frutta disidratata e le eventuali scagliette di cioccolato siano aggiunte alla fine, quando la granola è fredda. Questa è una base di sei cereali con mela e cannella, ma si può personalizzare a seconda dei gusti, cambiando cereali, frutta e spezie, in modo da creare sempre combinazioni nuove. Per esempio banana e scaglie di cioccolato, albicocche e zenzero, mirtilli e mandorle, scagliette di cocco e bacche di goji, uvetta e noci… ecco, ora mi è venuta fame!

Ingredienti:

300 g di cereali tra fiocchi d’avena, orzo, riso, frumento, soia, farro

1 cucchiaio di crusca d’avena

40 g di mandorle

20 g di nocciole

2 cucchiaini di semi di sesamo

2 cucchiaini di semi di lino

30 g di mele essiccate (da aggiungere alla granola fredda)

1 cucchiaio di cannella

3 cucchiai di malto

1 cucchiaio di olio d’oliva

70-80 ml di acqua

mezzo cucchiaino di sale

Mescolate i cereali e la crusca d’avena e aggiungete la frutta secca tritata grossolanamente.  Nel frattempo sciogliete a fuoco bassissimo il malto con l’acqua, il mezzo cucchiaino di  sale ed il cucchiaio di olio (basta pochissimo, proprio un minutino!). Versare la bagna sui cereali e mescolate bene, in maniera che siano tutti ben impregnati di liquido. Ora bisogna tostare la granola. Personalmente preferisco farlo in padella, a fuoco bassissimo, mescolando spesso con un cucchiaio di legno. Ma anche la tostatura al forno è perfetta. Basta solo stendere il composto su una teglia ricoperta di carta da forno e cuocere a 150°-160° per 20-30 minuti, a seconda della potenza del forno. E’ importante però mescolarla spesso, in modo che la tostatura sia uniforme. Quando la granola si è freddata (se non l’abbiamo finita tutta nel frattempo!), si aggiunge la frutta disidratata e si conserva in un barattolo a chiusura ermetica.

 photo ok22_zpsltqvcukm.jpg

Crema di cacao e nocciole per la prima colazione

 photo DSC_0657_zpsbi3h7jrj.jpg

 

“Nella Contea diremmo che sono le nove. 

L’ora giusta per una deliziosa prima colazione

 presso una finestra aperta sul sole di primavera.” (Pipino)

[ Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re ]

Anche se le nostre finestre, al contrario, rivelano un paesaggio (finalmente!) invernale, è sempre bello lasciarsi coccolare dalla dolcezza della prima colazione. Personalmente preferisco le colazioni d’inverno; mezzo litro di tè, una bella scodella di porridge con  frutta di stagione, o del semplice pane tostato con marmellata. Capitano tuttavia momenti in cui ci si vuole coccolare un po’ di più, quando si ha bisogno di calore e dolcezza. Allora si apre il frigo e, mentre si lascia tostare il pane, acchiappiamo quel piccolo barattolino, pregustando già il sapore delle nocciole tostate sul pane caldo.

Ingredienti:

150 g di nocciole

150 g di zucchero grezzo di canna o mascobado

45 g di cacao amaro

200 ml di latte di soia

Si  tostano bene le nocciole (io di solito lo faccio in padella) finché non sono belle calde. Metterle poi dentro un canovaccio e strofinatele per togliere la pellicina. Non verrà via completamente, basta togliere il più grosso. Trasferite le nocciole pulite dentro un mixer ed iniziate a frullare. Dopo qualche minuto aggiungete anche lo zucchero e continuate a frullare finché non si raggiunge una consistenza burrosa. Ecco qui arriva la parte più difficile: evitare di papparsi tutto il burro di nocciole! Se siamo riusciti a resistere possiamo continuare. In un pentolino mescolate il latte con il cacao amaro, cercando di eliminare tutti i grumi e incorporate di seguito il burro di nocciole, a poco a poco sempre mescolando. Si dovrebbe ottenere una bella crema liscia, e profumatissima. Cuocete a bagnomaria per una mezz’ora circa, e lasciate intiepidire. Mettere nei barattolini e conservare in frigo.  Gnam e buona colazione!

(Ispirazione da Innamorati in cucina )

Aggiornamento del 04/05/2015:

Dopo averla testata e ritestata ho sempre fatto la crema di nocciole con la ricetta qui di sopra, viene buonissima e mi piace un sacco, l’unico problema è che non se ne può fare in grande quantità perché ha come ingrediente il latte e deperisce in tempi medio-brevi. Questo è un problema vero e proprio perché se, come me, hai a casa un assiduo mangiatore di crema di nocciole abbondantemente spalmata sul pane il barattolino tende a finire presto aggirando sì il problema della deperibilità ma costringendo la sottoscritta a rimettersi ai fornelli a ripreparare il tutto, a risporcare e ricucinare. Fortunatamente in risposta alle mie preghiere è arrivata la stupenda ricetta de La tana del riccio, assolutamente senza latte, quindi da produrre in quantità industriale e mettere in dispensa per il nostro goloso divoratore!

Riporto qui di seguito la ricetta quasi uguale all’originale, ho solo diminuito un pochino lo zucchero secondo il gusto personale, mi raccomando provatela, è divina!

Ingredienti:

300 g di nocciole

180-200 g di zucchero mascobado o zucchero di cocco

37 g di cacao amaro

Per prima cosa tostare le nocciole in padella o in forno a 160° finché non inizieranno a profumare. Farle raffreddare un po’ e strofinarle con un canovaccio per eliminare la pellicina. Mettere le nocciole nel mixer e iniziare a tritare poi versare poco alla volta lo zucchero e alla fine il cacao. Frullare fino a che non si ottiene una bella crema liscia e, senza mangiarsela tutta, trasferire in vasetti ermetici e riporre in dispensa a riparo da fonti di luce e calore.